"Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco"
'dov'è la brava ragazza?'
'ha deciso che il senso di colpa è il prezzo da pagare per la felicità'
(bree, desperate housewives)
sto scoprendo un mondo, gente. un mondo brulicante di cervelli che fumano. un mondo fatto di posti in cui mi piacerebbe lavorare. un mondo in cui mi sento un po' spaesata, in cui vagolo con mille idee nel cassetto e strumenti sempre insufficienti a realizzarle. i miei rami mi sembrano sempre troppo corti per raggiungere uno spicchio di cielo. i miei CV partono come messaggi in bottiglia verso poche selezionate mete. il mio sito/portfolio ancora in embrione cambia faccia, nella mia testa, ogni cinque minuti. c'è da farsi le ossa, la tecnica, prima di iniziare a divertirsi, a pasticciare a mio piacere. anzi, di disegni, di materiale da rielaborare, ce n'è già abbastanza. la parte più lunga, e quella da cui non posso esimermi, è la parte pallosa.
e nel frattempo le biotecnologie rimangono in standby.
e nel frattempo, per ora, anche la corsa è in standby.
Ma da domani..
domenica: sono all'altezza di sant'arcangelo, manca un'ora e venti all'arrivo e il grigio delle nuvole comincia a ingiallirsi di tramonto. penso che le giornate si accorciano e i capelli si allungano. e chissà, se mi decido ad andare dal parrucchiere magari riesco a invertire il processo.
oggi: potrei provare a tagliarmi di nuovo i capelli da sola. è liberatorio, come bruciare i vecchi diari. ma tanto so che c'è qualcuno che mentre legge si sta mettendo le mani tra i suoi, di capelli, e sta sperando che non mi prendano i cinque minuti e.. zac.
tagli. aria. repulisti. pulizie d'autunno. lo sporco che non riesco a pulire è 'solo' quello dentro di me. i legami che non riesco a rompere sono 'solo' quelli con le mie zavorre. e poi c'è un legame che vorrei rinsaldare con funi d'acciaio, e che invece riesco solo a logorare con strattonamenti continui. i miei 'cinque minuti' che si ripetono.. ogni cinque minuti. ma basta, torniamo ai tagli. zac zac zac..
finisco di rivedere 'non ti muovere' e penso che alla fin fine.. oggi non mi sono mossa. anzi, sono andata a ritroso. una giornata mezza da ostrica, mezza da gambero. tipico. quando inizio a progredire, a ottenere qualche risultato, mi spavento della prospettiva di felicità che mi si para davanti, e alzo un po' di polvere, e mi sporco, mi annebbio. mi sembra di non volere, in fondo, arrivare a vedere tutto più chiaramente. anche se poi, di questo limbo, di questa post-adolescenza infinita, non so più che farmene. la detesto.
'dio non può essere chiunque, perciò ha creato le madri', dice intanto diane keaton da sopra i suoi occhialini tondi in un trailer alla tv. ma la mamma è lontana, fisicamente e non, suo malgrado. ho sempre cercato di tenermi lontana da tutti gli 'dei', da tutti gli occhi giudicanti che mi sento costantemente addosso. da tutte le 'mamme' (senza pensare che l'occhio più severo è sempre e comunque il mio, hai voglia a scappare.. senza pensare che a volte scambio per uno sguardo indagatore quello che potrebbe voler essere un tentativo di comprensione).
che cos'è quest'ansia di svincolarsi, di liberarsi anche di ciò che non è affatto un vincolo, ma 'pesa' come se lo fosse? tutti i rapporti sono vincoli? tutti i progetti sono vincoli? e allora dove si va a parare? si vive da cicale tutta la vita? ci si allontana da tutto e tutti fino a rintanarsi in un inferno personalissimo e gelido?
mi rendo conto che non posso seguire solo certi impulsi, e mi convinco in che posti in più affollati e tiepidi e vocianti forse non ci sto così male.. purchè sia sempre e immediatamente accessibile una via di fuga. un asso nella manica. una buona scusa credibile. o meglio, una scusa a cui probabilmente gli altri possono fingere di credere senza troppi problemi.
ci scambiamo ogni giorno, tutti, infinite cortesi falsità, con un sorriso, per navigare più tranquillamente sulla superficie liscia e placida dei rapporti interpersonali. per non smuovere troppo le acque. e così.. chi è sano e chi è malato, chi è sereno e chi no, chi ci sembra un 'vincente' e chi no.. quanto poco ne sappiamo degli altri? e quanto poco mi piace la presunzione di sapere.. che cosa inizi a presumere di me, dal momento in cui fai la mia conoscenza? quali costruzioni fa la tua mente, sulla base delle poche informazioni che possiedi in mio riguardo, e dei tanti concetti precostituiti, delle tante etichette di cui ti servi per muoverti nel mondo? se ci penso, preferisco rimanere una sconosciuta.
1 maggio: treno, autobus, io cretina e ipercinetica, il mio tesoro polleggiato come al solito; notte in un aeroporto scomodo dal nome ridicolo, fornito di bar NON aperti tutta la notte, e quindi un caffè qui e uno là prima che chiudano, e poi buttarsi su Jonathan Franzen ('La ventisettesima città') per un'ora o due, tendendo un orecchio a una conversazione in inglese tra un tedesco e un.. - boh, asiatico - che studia gli atti di un congresso di medicina (così pare), su un portatile. e prima dell'alba finalmente mettiamo una croce sul nostro non-sonno, con un indolenzimento proporzionale alla lunghezza degli arti e alla difficoltà di raggomitolamento in quegli spazi angusti e metallici (quindi ENORME per lui, limitato per me). tutti gli italiani come noi si ammassano nei gate, scalpitano, si scambiano elettricità - una tristezza infinita. ma chi se ne frega, stiamo per partire, ciao ciao Italia. tu e i tuoi versanti alpini rosa-alba, dolci come marzapane, duri come torrone. siamo in volo. cerchiamo di emozionarci, ci aiutiamo con l'indubbia bellezza dello spettacolo che scorre centinaia di metri sotto i nostri piedi, ma siamo abituati anche al volo. Ah, già, e adesso è il..
2 maggio: memori del messaggio del mio folle fratello (la mela non cade mai lontano dall'albero, e noi siamo due mele molto vicine che si fanno l'occhietto e ridacchiano come deficienti), cerchiamo una Ceres al duty free di Porto, ma non la troviamo. o meglio, non troviamo il duty free. boh. prendiamo una metro bella, ma proprio BELLA, moderna, azzurrina, pulita, dopo aver compreso il complesso e modernissimo funzionamento dei biglietti ricaricabili - e non è da tutti, infatti in metro incontriamo due italiani che NON l'hanno capito, poveri loro. ah! quanto ci sentiamo moderni e internazionali e poco italianimedi. siamo molto stupidi in realtà. alla fermata Lapa ci accoglie il mio fratellino, bello come il sole e con una fascia fricchettona tra i riccioli.
(vado a fare le pulizie, torno più tardi, se mi va, con la seconda parte)
Dicevo, ci accoglie il mio fratellino e ci porta a fare colazione con la prima delle innumerevoli Pastéis de Nata che addolciranno la nostra breve permanenza in Portogallo.. praticamente è l'inizio della fine. dopodichè, ci mostra la sua sorprendente sistemazione erasmusiana, un enorme edificio che si sviluppa attorno a un cortile centrale, a una cucina e ad altri spazi comuni (molto vissuti), e che comprende 24, se non sbaglio, camere di altrettanti studenti italiani, inglesi, spagnoli, francesi, tedeschi.. insomma un casino. uno splendido casino che esplode ogni volta che i ragazzi si ritrovano. perchè basta essere la metà dei residenti, che già la festa è fatta. così bohémien.. sta crescendo, il fratellino. ci ha prenotato una camera in albergo perchè, casino nel casino, sta pure cambiando stanza, e quindi riesce a malapena a trovare il suo, di letto, sommerso com'è dai suoi bagagli e da quelli della ragazza che per ora non c'è e lo ospita, finchè non se ne vanno gli amici dell'amico che occupano sua futura stanza. se non sbaglio. lasciamo i bagagli e usciamo. subito a spasso nel cuore di Porto, un cuore semplice e molto caldo. inutile che vi stia a parlare di azulejas, di case bellissime e scrostate e di facce in pendant. basterebbero le foto di Fra a dire tutto. ci sentiamo subito a casa, specialmente lui, abituato com'è ai dislivelli delle città marchigiane. non c'è una strada in piano. ondeggiamo nel sole di mezzogiorno, rotoliamo giù fino al lungofiume, la ribeira. attraversiamo il ponte di Eiffel e fotografiamo un ragazzo che dorme sul molo da due giorni (dice mio fratello). sempre il fratello ci fa notare la totale assenza di misure di sicurezza, parapetti, ringhiere e simili. per un architetto è una goduria, poter costruire senza sporcare i progetti con quell'antiestetica ferraglia.. però è un po' inquietante. e infatti a poco a poco si stanno adeguando anche lì. nonostante il caldo, a un certo punto la fame si fa sentire, soprattutto nei due maschietti. io preferirei un bel ghiacciolo. mi convince a pranzare la prospettiva del giro delle cantine che faremo dopo. bisogna ammortizzare tutto quel porto.. mi sembra giusto. vediamo che c'è di buono. in portogallo il pesce è ottimo, abbondante ed economico. vada per un filetto di pescada, quindi, accompagnato da un piatto di riso che però è nato, cresciuto e morto nell'aglio. meno letale della francesinha, comunque, che nulla ha della raffinatezza di una petite fille francaise. anzi. è un mastodontico parallellepipedo costituito per l'80% da colesterolo. ovviamente l'uomo metabolicamente miracolato che mi accompagna lo prende. e assaggia anche un po' del mio riso all'aglio, perchè no. bene. siamo pronti per il giro delle cantine..
(vado a fare il bucato; come al solito, torno se e quando ne ho voglia)
<< Ti sei abituato, pensavo, ti sei abituato e non te ne rendi conto, ecco cos'è; ma non vuoi ammetterlo. Non vuoi ammetterlo, mi dicevo, perchè ti ritieni al di sopra. Credi di poter leggere i giornali, passando indenne attraverso questa quotidiana indigestione gazzettistica; credi di poter guardare ogni giorno la televisione e i telegiornali e ascoltare i radiogiornali senza patire alcuna conseguenza da questa telesposizione. Tutte queste notizie non mi toccano, dico, e mi inganno. Non capisco che il problema sta nel fatto che non mi toccano. Tutte queste cose non toccano nessuno pur riguardando tutti. Toccano tutti, penso, dunque non toccano nessuno. Niente ci riguarda meno di ciò che riguarda tutti, specialmente in questo paese retorico al massimo grado e inconcludente al massimo grado. Una nazione che si crede grande, mentre è piccola, in tutte le accezioni possibili della parola. Uno sputo sul mappamondo, queste esatte parole ho pensato stamattina riguardo al mio paese, una ridicola commedia dell'arte all'italiana, con tutto il rispetto per la commedia dell'arte, di cui so poco o nulla. >>
(Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi)