"Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco"
<< Ti sei abituato, pensavo, ti sei abituato e non te ne rendi conto, ecco cos'è; ma non vuoi ammetterlo. Non vuoi ammetterlo, mi dicevo, perchè ti ritieni al di sopra. Credi di poter leggere i giornali, passando indenne attraverso questa quotidiana indigestione gazzettistica; credi di poter guardare ogni giorno la televisione e i telegiornali e ascoltare i radiogiornali senza patire alcuna conseguenza da questa telesposizione. Tutte queste notizie non mi toccano, dico, e mi inganno. Non capisco che il problema sta nel fatto che non mi toccano. Tutte queste cose non toccano nessuno pur riguardando tutti. Toccano tutti, penso, dunque non toccano nessuno. Niente ci riguarda meno di ciò che riguarda tutti, specialmente in questo paese retorico al massimo grado e inconcludente al massimo grado. Una nazione che si crede grande, mentre è piccola, in tutte le accezioni possibili della parola. Uno sputo sul mappamondo, queste esatte parole ho pensato stamattina riguardo al mio paese, una ridicola commedia dell'arte all'italiana, con tutto il rispetto per la commedia dell'arte, di cui so poco o nulla. >>
(Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi)
Ciao amore, come va? Già mi manchi. Il vestitino che ho messo per te sortisce spiacevoli effetti collaterali: affianco a me c'è un tizio che mi fissa insistentemente le tette. Mi ha chiesto se il posto affianco al mio fosse libero e ci si è piazzato, costringendomi a togliere di mezzo borsone, libri e appunti, il solito armamentario cultural-trastullatorio da viaggio. Non c'è neanche un tavolino su cui appoggiarli. Libri e appunti li tengo in grembo, il borsone l'ho lanciato nel portabagagli in alto - com'era prevedibile, il viscidone si è offerto di darmi una mano, ma ovviamente non sa quanti chili riesco a sollevare, grazie anche ai nostri allenamenti, e quanto forte sarebbe la sberla che avrei voglia di mollargli in questo momento. Ma non c'era la prenotazione obbligatoria, su questo treno? E lui, non dovrebbe occupare il posto che gli è stato assegnato (sicuramente cinque o sei carrozze più avanti)? Mah. Pazienza, mancano meno di due ore all'arrivo, quanto basta per finire "Trilogia della città di K.". Un bell'intreccio di finzione e realtà, "una favola nera dove tutto può essere il contrario di tutto". Lo stavo divorando, all'andata, quando è arrivato quel ragazzo simpatico di cui ti ho parlato, e abbiamo iniziato a fare conversazione. Non essere geloso, ringrazia le sue chiacchiere che ti hanno evitato di trovarmi in stazione con un muso lunghissimo, dopo un viaggio prolungato di due ore dal ritardo delle maledette ferroviedellostato, e movimentato dall'appassionante gioco di società "Un, due, tre.. glaciazione! Versione plus - passeggeri abbigliati per il weekend al mare", sponsorizzato dalla ditta Aria Condizionata Fuori Controllo. Smetto di scrivere, mi appoggio addosso quest'enorme bloc notes per coprire la scollatura, fulmino con lo sguardo la piattola che ho affianco e riprendo a leggere.
E' passata mezz'ora. La piatt.., il tizio, è sceso a Riccione. A Rimini è salita una ragazzona alta e robusta. Si vede che è stata al mare, ha una borsa traboccante di vestiti e un telo da bagno su una spalla. Ha lunghi capelli umidi e la pelle arrossata che profuma di bagnoschiuma. Piacevole. Il cellulare vibra, leggo il tuo messaggio.. molto piacevole. Riprendo a leggere il libro. Alla stazione successiva, la ragazza profumata si è dovuta spostare, ne è arrivata un'altra, che mangia patatine e parla col fidanzato seduto al di là del corridoio. Ho un po' di fame, ma detesto l'odore delle sue patatine. Finalmente passa il sacchetto al ragazzo. Ora manca meno di mezz'ora all'arrivo. L'odore di patatine persiste. Mi alzo e vado in corridoio a telefonare ai miei. Torno e rileggo qualche pagina di libro, e poi i miei appunti, e noto che le volte in cui scarabocchio qualcosa subito dopo aver finito di leggere un libro, quel qualcosa ne sia inevitabilmente influenzato. Mi sembra di avere un modo di scrivere più asciutto del solito, stavolta. Forse non è un male, forse dovrei eliminare un po' di fronzoli anche da qui, come sto imparando a fare nella grafica. O forse il prossimo libro ("L'anno della morte di Ricardo Reis", probabilmente) cancellerà gli insegnamenti di questo. Imparo in fretta, scordo in fretta. Ma sono convinta che qualche piccola traccia rimanga. E credo pure che una piccola parte delle nostre similitudini derivi dai sentori di letture simili che abbiamo scelto prima ancora di conoscerci. E viceversa: quel modo di sentire che a grandi linee condividiamo ci ha fatti appassionare a un certo tipo di letture. Boh. Fine del viaggio, fine delle elucubrazioni.
Be', fare il marito non è un problema, ma la parte paterna è un po' più difficile, - dissi. - <<Papà, mi dài un succo di frutta?>> <<Che ne dici di un bicchiere d'acqua, tesoro?>> <<Papà?>> <<Sì?>> <<Mi dài un succo di frutta?>> <<Che ne dici invece di un bicchiere d'acqua, tesoro?>> <<Papà, mi dài un succo di frutta?>> <<Okay, tesoro, vuoi un succo di frutta?>> <<No, fa lo stesso, dammi solo un bicchiere d'acqua>>. E' come provare e riprovare di continuo una pièce di Beckett, cazzo.
(Lunar Park, Bret Easton Ellis)
Amo questo personaggio, per ora. E lui, a modo suo, ama i suoi figli, anche se non ha in sè (per ora, fino a questo punto del libro) un'oncia di senso paterno. Boh. Pensavo.. perchè la gente tende a diffidare di chi non vuole avere figli? ti guardano in tralice e pensano.. ah, cambierai idea. Oppure, peggio: che razza di egoista edonista egocentrica e altre brutte cose che iniziano per e. O ancora: che illusa, crede di poter stravolgere LaLeggeNaturale, l'istinto e bla bla bla. E non si rendono conto che siamo tutti, per un verso o per l'altro, un bel po' snaturati. Io, piuttosto, diffido delle persone frustrate. So per esperienza che sono capaci di fare cose meschine. Perchè tentare di buttare giù gli altri è più facile che rialzarsi. Così, pensavo.
Cercavo di decifrare le citazioni incise sulla tomba di Pessoa, al Monastero dos Jeronimos (Belém, Lisbona), mentre Fra catturava le luci e le ombre del chiostro con la sua macchina fotografica, un po' accovacciato qui, un po' piazzato là, un po' appostato sotto i piedi del crocifisso, un po' girando tutt'attorno allo specchio d'acqua della fontana. E in alcune di quelle iscrizioni ritrovavo "Il libro dell'inquietudine", letto durante le andate e i ritorni dalla Facoltà di Agraria, in un aprile di qualche anno fa, caldissimo e gravido d'aspettative. Poi, l'altra sera, nel film "Lisbon Story", ecco ancora Pessoa, letto e vissuto. Letto da uno straniero spaesato dentro un appartamento decadente sì, ma con gli immancabili azulejos bianchi e blu alle pareti; vissuto da un cineasta in cerca d'identità che s'interroga continuamente e spoglia del suo senso ogni cosa. Le parole del poeta come una speculazione vuota, didascalia del lasciarsi vivere e del perdersi tra i vicoli dell'Alfama. Perdersi e fare a meno di tutto, finchè del cineasta (il primo dei due protagonisti a traferirsi a Lisbona) non resta altro che un occhio che osserva. Una cinepresa che riprende ma non ricorda, perchè lui si rifiuta di riguardare il girato. Poi arriva il secondo protagonista, lo straniero semplice e concreto, l'artigiano del suono che lascia che i bambini giochino coi suoi strumenti, che s'innamora della cantante, la classica inutile Musa bella&buona. Lui ride del lasciarsi vivere e riporta il suo amico, l'osservatore, alla vita e ai suoi progetti. Così riprendono a girare il film. Forse "Lisbon Story" non rende giustizia alla poesia di Pessoa, ma a quella di Lisbona sì. Soprattutto a certi quartieri, com'erano solo quindici anni fa, forse ancora un po' innocenti. Forse.
post-viaggio, post-post-esami, post-post-post-stage.. sì, me la prendo comoda. il diario di viaggio è ancora solo una serie di appunti telegrafici buttati giù tra treni e metro, tra Porto, Lisbona, Bergamo e Bologna. prenderà mai forma? e io, prenderò mai forma? forse.. domani. domani aggiorno il curriculum, domani programmo un calendario d'esami di biotecnologie, domani mando qualche mail a un paio di studi grafici, domani seziono ed eviscero completamente wordpress. domani torno a correre. domani la smetto di fare cazzate. ma oggi, pazienza. mi consolo contando sulle dita i punti a mio favore. negli ultimi mesi ho fatto finalmente qualcosa che mi convinceva davvero. la mia tesina e i miei lavori sono stati apprezzati. ho ancora affianco lui, incredibilmente e nonostante.. me. e nell'ultima settimana, in questo viaggio, ho intravisto una nuova complicità con mio fratello, più matura e finalmente un po' meno acciaccata dalle bizze e dalle incomprensioni che isolano gli adolescenti, ognuno chiuso nella propria bolla piena di fumo (in tutti i sensi). siamo cresciuti, abbiamo preso strade diverse e condividiamo la voglia di farne ancora tantissima, di strada, di non fermarci mai. parliamo di futuro facendo i sostenuti, ignorando quel po' di adolescenza che ci è rimasta appiccicata addosso, a chiazze, come l'abbronzatura di settembre. e in questi giorni non è che ci siamo comportati proprio da persone mature.. ma è la queima, bellezza. si può prendere a modello l'equilibrio di un fratello minore (non ridere, amore)?

Mentre modificavo con photoshop l'ennesima di quella serie infinita d'immagini - occhi fissi sullo schermo del mac e orecchie al vociare dell'ufficio, così accogliente - sottili timori, ansie, dubbi, mi s'insinuavano indisturbati nella grossa fetta di cervello non assorbita da quel lavoro semplice e meccanico. Così confortante quando la mente è foderata di rosa, così insufficiente a distrarti quando quell'insinuazione comincia a farsi insistente e a ronzare più forte, per poi dichiararsi, parlare a chiare lettere, e infine gridare, imporsi su tutto il resto. Prima pensieri che viaggiano tra persone che ho conosciuto, presenti e passate, tra avrei dovuto e avrei potuto.. e poi.. Che sto facendo qui? Faccio quello che c'è da fare, meglio che posso, ma non è abbastanza. So fare tante altre cose, ma non mi mettono alla prova.. devo andare oltre, ma come? Alt, no, ferma. Forse non sai fare niente, ed è meglio che lasci perdere tutto. Riduci le aspettative, semplificati, goditi i momenti. Lasciati assorbire, diventa invisibile e permeabile. Non pensarti addosso. Respira. Un attimo di sollievo. Ma poi.. eccoli che tornano, in picchiata, testa bassa e pungiglioni puntati.. pensieri ronzanti, uno sciame. Perchè ho sempre delle reazioni così stupide? Perchè il cuore mi batte a mille? Eppure la gente è amichevole, A. è un amico, B. è una maestra paziente e per nulla arrogante, C. mi sorride quando sorrido, mi lascia in pace quando mi vede così strana e cupa.. la gente è sensibile, mentre io sono una stronza e non riesco a rilassarmi, scherzano tra loro e con me, fanno battute, e io.. risatine nervose. Imbarazzo. La voce che viene fuori così stridula e infantile. Non sono questo. Mi vedete come ho l'impressione che mi vediate? Che cosa pensate di me? No, non voglio saperlo, potrebbe essere addirittura peggio di quello che.. Non ho dormito, ho un aspetto orribile, nulla a che vedere con le stagiste fighette di cui pullulano i posti come questo.. tanto vale che me ne vada. Dove vai, imbecille? Respira. Oh no, e adesso.. perchè ti si offusca la vista, cos'è questo calore che parte dalla radice del naso e.. lacrime? No, cazzo. In bagno. Un bel pianto, silenzioso però. Specchio. Dio, sei un cesso. La riga la sposto di là. Dovrei lavarmi la faccia. Dovrei essere a casa e dormire. Non dire stronzate. Questo è quello che ti piace, il lavoro che vuoi fare. I primi passi. Che, se ci pensi.. sono anche più facili di quanto ti fossi aspettata, cretina. Tu e il tuo disfattismo. Dov'è finita la prima della classe, con la sua tenacia? In quale cesso l'hai vomitata? L'hai sputata fuori con le lacrime? Si è volatilizzata assieme al sonno? Torna di là e fatti valere. Abbandona ogni difesa, non hai niente da perdere.
Ogni volta che sfoglio queste pagine virtuali, mi sembra di sentire un odore stantio, dolciastro, come di stanza rimasta chiusa per troppo tempo. Anche se ci torno spesso. Mi prende una strana nostalgia, perchè di queste pagine so le cose dette, e soprattutto quelle non dette. Quello che era troppo privato, troppo mio per essere scritto, e che affiora solo in cenni incomprensibili ai più. Nella scelta di una certa parola, in una nota stonata. C'è un diario pubblico, qui, e un diario scritto fra le righe. Sembrerà strano, ma c'è molto pudore in questo posto esposto. E c'è meno libertà di quanta credevo che mi sarei concessa. Ero così entusiasta, all'inizio, che faticavo a dosare le parole, a trattenerle. E in quella – comunque troppo misurata, secondo me – spudoratezza, c'era la sensazione liberatoria di urlare al mondo la mia (irrilevante) verità. Ora non urlo un bel niente. C'è troppa consapevolezza dei miei limiti, adesso. Del mio non saper scrivere come vorrei e del non avere granchè da dire.
Qualcuno molto bravo, qualcuno che non sono io, riesce a trasformare il particolare in universale, a raccontare l'Uomo descrivendo un dettaglio. È una capacità che ammiro molto, mentre rimango impantanata nel dettaglio, a rimirarmi l'ombelico, raccontare dei miei viaggi in treno, in autobus, della gente curiosa che incrocio quando cammino per strada, delle cose minute come una birra in compagnia o un disegno o un esame, o una di quelle volte in cui piccole beghe quotidiane volgono in commedia anzichè in tragedia (perchè ho troppo pudore del mio dolore insignificante, e così finisco per raccontare solo facezie, qui, o la bellezza di questa tristezza che no, non si può prendere sul serio, vergogna!). Ogni tanto scrivo ancora, ma il più delle volte preferisco leggere. E più leggo, meno mi permetto di scrivere. Ci vorrebbe più coraggio?
Come affrontare i ritardi delle Ferrovie dello Stato
ovvero
Della sorprendente utilità dell'approccio zen
riporto qui i 'pensierini' di sabato scorso. ieri ho iniziato lo stage (ultima parte del master), che si sta rivelando stimolante ma stancante. tornata a casa poco fa, esaurita come sono, per stasera non riesco a fare di più. buona lettura.
Un treno blocca il binario. Non so nient'altro, a parte il fatto che si sta fermi a Foggia finchè l'ostacolo non sarà rimosso. Un altoparlante annuncia di tanto in tanto che l'ostacolo non è stato ancora rimosso e che l'orario di partenza resta indefinito.
Dopo il primo annuncio, il treno si svuota dei fumatori, che si riversano sul marciapiede e fanno scattare gli accendini. Un pigolio continuo di cellulari trasmette le immancabili lagnanze e avvisa del ritardo coniugi, amanti, genitori, figli, amici, tutto l'avvisabile – ovviamente avviso anch'io e mi lamento almeno un po', è la prassi.
Dopo il secondo annuncio, il marciapiede brulica di passeggeri sbuffanti e ruminanti snack, ed è un andirivieni di trasportatori di caffè d'asporto, postura caratteristica (busto inclinato in avanti, una mano alla base del bicchiere e una sul coperchio) e massima concentrazione. Avrei voglia di un caffè anch'io, ma la voglia non supera la pigrizia, e la pigrizia m'impedisce d'affrontare la calca del bar.
Chi resta sul treno si sfoga coi vicini e soprattutto coi controllori, che vanno e vengono da un capo all'altro del treno a grandi falcate – braccati, esasperati, allungano il passo per seminare le lamentose recriminanti di mezz'età, le peggiori.
Io tento un approccio zen al problema, pur essendo notoriamente d'indole molto poco zen. Mi servo di queste lunghe ore per ammazzare Paul Auster con la calma che merita (mi butto su “La trilogia di New York”). Poi scribacchio sul mio inseparabile quadernetto.
L'approccio zen vacilla quando l'altoparlante annuncia che si ripartirà con un ritardo di tre ore. “A partire da ora”, specifica.
La zenitudine barcolla ma non molla, e alla fine si rivela vincente. Lascio fuori dallo scompartimento il formicolio impazzito e continuo a leggere. Manteniamo la calma. Non rischio d'esaurire le letture, perchè la metà del mio bagaglio è composta da libri e riviste: conosco i miei polli, bazzico gli snervanti chemins de fer (enfer?) da una vita - la mia - non lunghissima, ma insomma.. neanche tanto breve ormai. Esauriti “La città di vetro” e un paio d'articoli di “D”, visto che il treno è fermo e non rischio l'effetto donna picassiana, tiro fuori colori e pennelli e mi do al passatempo creativo: mi trucco. Stasera c'è una cena messicana, quindi.. vada per l'ispirazione Frida Kahlo (baffi esclusi). Metto un po' di questo e un po' di quello.. ma sì, anche quest'impiastro misterioso mai usato prima, fondotinta si chiama. Non mi fido troppo, mai fidarsi degli sconosciuti; ne spalmo in faccia pochissimo per non rischiare. Dopo, non noto differenze rilevanti sul mio viso; in compenso, le mani sembrano due tavolozze da pittore, usate parecchio.
Approfittando ancora dell'esasperante staticità della scatoletta di latta che mi contiene, ascolto la radio. Non c'è pericolo di cambiare frequenza ogni cinque secondi, come quando la scatoletta sferraglia a cento all'ora sui binari.
Per farla breve, tra una cavolata e l'altra le tre ore passano. La scatoletta, il serpentone metallico, insomma il maledetto treno, riprende finalmente la sua corsa, e la seconda parte del viaggio scivola via sonnecchiante. Arrivo che – strano - non sono nervosa neanche un po', anzi. Continuerei tranquillamente a dormire, se non fosse che una Certa Persona e una deliziosa serata tra amici, cena messicana, vino pugliese e torta Sacher mi aspettano. Hasta la vista!