"Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco"
facendomi largo tra le macerie multicolori del mio armadio esploso, raggiungo la scrivania con un tazzone di caffè in una mano e i lembi dell'asciugamano che ho addosso nell'altra, mi appoggio coi gomiti e mi affaccio al balcone/blogosfera. guardo la gente passare, l'ascolto e leggo, con la stessa curiosità vorace con cui divoro libri, film, disegni, pensieri, futuri bei ricordi, e soprattutto tracce di una realtà tridimensionale che si presenta in forme umane inaspettatamente belle e che riacquista finalmente il suo giusto peso. assorbo tutto ma non mi fermo a metabolizzare e poi raccontare. troppa energia per stare ferma a scrivere. elettricità a fior di pelle, camminate e musica e ginnastica, qualunque cosa purchè serva a liberarmene, una buona volta, perchè non mi si ritorca contro. non mi conosco del tutto e non so prevedere con certezza le mie future mosse, sono ingestibile e mi faccio un po' paura. questo post, che finisce per essere un lungo sproloquio senza nè capo nè coda, era nato per essere una dedica, a una persona, sempre quella, che mi sta vicino sempre, viaggiando con me costantemente su un ottovolante. e pure a un'altra, adorabile, conosciuta stamattina durante un improrogabile, stressante ma alla fine proficuo, giro per negozi, che mi ha risolto brillantemente il dilemma: cosa indossare se sei invitata a un matrimonio e ci andrai in moto (ho un top che si abbina perfettamente anche al giubbotto da moto.. questo è genio).
I am thinking it's a sign that the freckles
In our eyes are mirror images and when
We kiss they're perfectly aligned
And I have to speculate that God himself
Did make us into corresponding shapes like
Puzzle pieces from the clay
And true, it may seem like a stretch, but
Its thoughts like this that catch my troubled
Head when you're away when I am missing you to death
When you are out there on the road for
Several weeks of shows and when you scan
The radio, I hope this song will guide you home
They will see us waving from such great
Heights, 'come down now,' they'll say
But everything looks perfect from far away,
'come down now,' but we'll stay...
I tried my best to leave this all on your
Machine but the persistent beat it sounded
Thin upon listening
That frankly will not fly. you will hear
The shrillest highs and lowest lows with
The windows down when this is guiding you home
sulle pagine nere d'inchiostro del quaderno verde acqua che mi porto sempre dietro, che scarabocchio e correggo compulsivamente ogni volta che metto piede su un treno, che porta cicatrici profonde degli ultimi esami e dei programmi non rispettati, che raccoglie insulsi progetti di disegni da scannerizzare, che descrive gli strani animali che hai fotografato a Berlino, che ho riempito il più delle volte in stati di coscienza alterati che non ho voglia di approfondire, si è versata una bottiglia d'acqua alla prima frenata.
ma stamattina ho preso trenta, perciò.. non me ne frega niente. siamo solo numeri, no?
(on air: fammi sentire distante, lontano anni luce da qua..)

Uomo Olivastro (tra sé, con voce stanca, monocorde): ma quando riparte?
Sciura Benpensante 1 (stizzita): eeeh, un po' di pazienza..
[ma chi ti ha chiesto niente?]
UO: sta fermo qua mezz'ora, io poi devo cambiare autobus e fare ancora un bel pezzo..
Sciura Benpensante 2: ma guardi che c'è tanta gente, bisogna avere un po' di comprensione per gli autisti, è difficile avere a che fare con tanta gente..
[una sciura sindacalista? una mosca bianca, di solito non fanno che lagnarsi dei disservizi dell'ATC. sarà perchè adesso a lamentarsi è un UO? naaaaa.. sarebbe la prima sciura razzista che incontro..]
SB1: parole sante!
UO: ma anch'io ho un lavoro difficile..
SB2: appunto! ognuno ha il suo, bisogna rispettare il lavoro degli altri.
[sarei d'accordo, se non fosse il tuo spirito di contraddizione a parlare]
SB1: quanto è vero, signora mia..
[un'altra espressione del genere, o un altro 'parole sante', e ti annodo la lingua]
UO: ...
[bravo, taci, non stuzzicarle. al contrario di te, non hanno nulla da fare, e pochi passatempi più eccitanti del bacchettare un bersaglio facile..]
lascio parlare i personaggi che allietano i miei tragitti in autobus perchè non ho granchè da dire. preparo un altro esame. una meta di cui m'importa poco o niente si avvicina. domani vado a votare per il meno peggio. i problemini del cavolo restano vitali e si fanno sentire, più persistenti degli sclerozi del marciume basale della lattuga. minestroni di amici veri e falsi, impasti contaminati in cui non riesco a distinguere e salvare. e mi allontano anche da chi non lo merita.
postilla riabilitativa delle vecchiette: per risollevare il finale deprimente, per rendere giustizia a quelle che non sono come loro e perchè neanch'io da vecchia, se ci arrivo, sarò come loro (autorizzo chiunque a eutanasizzarmi, se divento così), no, sarò come la vecchietta che abbiamo incontrato domenica sera in trattoria. era lì a cena con due amiche, che chiacchieravano tranquillamente. lei, un po' alticcia, a un certo punto ha attaccato bottone con noi del tavolo affianco. avevano finito il vino, ce ne ha chiesto un bicchiere e ha cominciato a raccontarci delle storielle. forte. pazza. senza peli sulla lingua. abbiamo riso tantissimo. sì, diventerò così.
Post evitabile, che se lo zompate a pie’ pari non mi offendo, ma siccome ho una mezz'oretta libera e non posto da un tot, lo scrivo lo stesso.

2 aprile - ore 21.14. Non mi sono ancora decisa ad iniziare a studiare. E domattina ho un esame. Quando capita una giornata come quella di oggi, quando quella vocina autolesionista che m’infesta il cervello non incontra alcuna resistenza, tutti i buoni propositi, lo studio, la corsa, il riposo, la cordialità, le risposte non monosillabiche, l’ordine della mia camera, le promesse fatte.. vanno a farsi friggere. Ma non ho il tempo di detestarmi. Quel che c’è da fare è svagarsi e sfogarsi quanto basta, liberare la mente, mettere il caffè sul fuoco e poi.. sono tutta vostra, maledetti appunti. C’è da tirarsi su, da prendersi in giro anche stasera pensando positivo. Dopotutto, le ultime ventiquattr’ore non sono state del tutto inutili: ho comprato i chiodi e appeso due mensole in bagno evitando di martellarmi le dita. Sono entrata dal ferramenta, ho inspirato profondamente quell’inebriante odore di legno, metallo e vernici, ho curiosato fra quegli oggetti dall’aria minacciosa, fresatrici, morse, trapani.. e sì, per cinque minuti buoni mi sono divertita. Telefono a quel pazzo furioso (santo subito!) che si ostina a stare con me, ascolto com’è andata la sua giornata, sorvolo sulla mia, mi lascio aiutare a non affogare nel solito bicchier d’acqua e poi.. studio.
2 aprile – ore 23.30. invece no, ancora niente studio.
3 aprile – ore 2.00. inizio a studiare.
3 aprile – ore 9.00. finisco di studiare (ho pisolato forse un paio d’ore tra un capitolo e l’altro). Doccia, vestito da brava ragazza, caffè e brioche calda, autobus.
3 aprile – ore 10.40. ho preso 27. E ho anche il coraggio di lamentarmi (tra me e me, ma il prof vede il mio faccino deluso e pensa bene di consolarmi – ho una figlia della sua età, anche lei punta alle medie alte, ma non si può dare sempre il massimo, bla bla bla, vedrà che ai fini del lavoro, del dopo laurea, queste cose non conteranno per niente, bla bla – che dolce vecchietto, che faccia buona, che adorabile bouquet di luoghi comuni, ma perché ora non tace e mi lascia andare a dormire?). Forse dopo un paio di nottate di studio pensavo di sapere tutto (deliri d’onnipotenza dovuti alla stanchezza?), e invece ha tirato fuori un paio di domandine bastarde che sfioravano quello che ho studiato, di striscio, senza mai centrarlo in pieno. Voleva la rielaborazione. A ragione. Bisogna essere padroni degli argomenti. E normalmente ce la faccio, rimpasto gli argomenti ben bene. Ma stavolta ero troppo rincoglionita per capire dove volesse andare a parare.
3 aprile – il resto della giornata va da schifo. Non riesco a dormire, non mi sento bene.

3 aprile – ma comunque.. mi trascino fino al cinema Odeon, dove alcuni amici vanno a vedere ‘Persepolis’. Bello. È uno di quei momenti imprevisti in cui s’inverte la rotta: il morale si stacca dalla suola delle scarpe e torna a livelli accettabili, e ridi di ciò che fino a un attimo prima ti faceva venir voglia di prendere il muro a testate (no, non sto parlando di uno stupido esame). Vado a dormire fiduciosa. Sul comodino un cartone di succo di frutta e un paio di numeri di ‘Strangers in paradise’ che non ho ancora letto, e che restano intatti, perché crollo immediatamente. Finalmente.


Andata
Carrozza 6, posti 94, 95, 96, 97. Un tavolino in mezzo. Tre portatili e un libro. Poi due portatili, un blocco di fotocopie, un libro. Poi tre libri e uno sguardo nel vuoto. Il tizio secco dall'aria antipatica ed elegante seduto al 94 è assorbito da grafici e dispense sulle diete ipoglicidiche. Ai posti 95 e 97 invece si leggono un libro di Montalban e "Il paese delle oche". Il 95, occhi azzurri, leggermente in carne, ha qualcosa di placido, vagamente sfatto, nello sguardo e nel corpo rilassato, qualcosa che dice "stato di grazia", "remi in barca e pantofole ai piedi", o entrambe le cose. Dal suo libro di Montalban sporge un biglietto del cinema usato a mo' di segnalibro, "Lezioni di cioccolato". A un certo punto sussurra al cellulare un "ti amo" e altro, con il tono di chi si rivolge a un bebè. Distolgo lo sguardo dall'uomo mieloso. Il 97 indossa un orologio enorme, occhiali rettangolari dalla montatura nera grandi come televisori, basette anni '70. Perchè anche i miopi possano notare i suoi accessori alla moda, probabilmente. Mi sembra giusto. Il premio simpatia è tuo, elegantone.
Ritorno
C'è un uomo interessante in corridoio, scruta l'orizzonte giocando con un laccio tra le dita. La sua testa rasata ha una bella forma e la sua giacca di velluto di buon taglio gli calza a pennello. Nello scompartimento, una madre e un figlio adolescente(scarpe da ginnastica uguali alle mie, solo più colorate) allenano la mente con qualche cruciverba e mangiano focacce dal profumo invogliante. Un uomo di mezz'età in gilet marrone dorme seduto dirimpetto. Che orribile riporto. Vorrei avere delle forbici a portata di mano per tagliargli i capelli nel sonno. Una ragazza dagli occhiali rosa assapora un panino molto lentamente. Il suo petto è un groviglio di fili, collane, ipod. Ha sulle ginocchia un box con dentro un gatto acciambellato. Ci si appoggia con le braccia, si acciambella anche lei e si addormenta. Un bimbo silenzioso s'intrufola nello scompartimento e inizia a fissare il gatto inscatolato coi suoi occhioni blu. Infila le minuscole dita nelle fessure del box. Il gatto segue le dita con lo sguardo, non miagola. Giocano in silenzio. La ragazza non si sveglia. Magia.

| Your Personality Is Like Acid |
![]() One moment you're in your own little happy universe... And the next, you're on a bad trip to your own personal hell! At your best: You understand the world completely, and every ordinary experience is sublime. What people like about being around you: You say and do the craziest things. You're very entertaining. What people dislike about being around you: You're unpredictable. Your mood swings are quite intense. How addicted people get to you: They pretty much don't get addicted to you. |
Tre manciate di pensieri, follia(?) q.b.

Le anime complesse sono palazzi con tante stanze. Le sue hanno le porte socchiuse. Chiedi il permesso per entrare, sempre, anche quando dice che non ce n’è bisogno. Alcune sono inondate di luce, in altre bisogna passare in punta di piedi per non svegliare i demoni. A volte li sveglia lui, i demoni, per farteli conoscere. Fa gli onori di casa, orgoglioso.. di che, poi? Di presentare questa tua anima, che ha un mucchio di stanze chiuse a chiave, di stanze murate, di scheletri che andrebbero sfrattati dagli armadi, ma non hai il cuore di farlo. Stanze impolverate, disordinate, stanze di cui ignori l’esistenza. Vorresti dargli le chiavi, che le spalancasse tutte, ma se poi ci trova dentro qualcosa di orribile che avevi dimenticato? E grossi topi e scarafaggi, magari.. Sogni aria, luce, spazi aperti. Rasa al suolo, avresti scordato quella catapecchia che è la tua anima e avresti vissuto da nomade, da animale selvatico. Ma non puoi più farlo. Ci vuole un tetto da offrire a chi ti viene a trovare. E un album di foto, che detesti, da mostrare. C’è da essere accogliente, da farti conoscere, c’è da aprire il salotto buono e sprimacciare i cuscini. Non puoi far saltare in aria questa catapecchia, sparire e costruirne una nuova di zecca da un’altra parte. Non puoi e non vuoi. Ogni nuova costruzione è un inganno e una fatica che non vuoi più affrontare. Ogni fantasma che sbuca fuori da una capanna rasa al suolo è una minaccia.
Coazione a ripetere. Cazzate su cazzate. Ti accorgi di quanto stupidamente tu stia sperperando la cosa più preziosa che hai (se sei agnostica, o tanto vigliacca da censurare il tuo stesso pensiero), il tuo tempo. Te ne accorgi in attimi rivelatori, attimi di una bellezza abbagliante, luccicanti come pagliuzze d’oro in mezzo alla sabbia. Ma poi torni nella sabbia, opaca, ti avvolgi nel velo di maya come in un bozzolo dal quale hai perso la speranza di venir fuori. E ti senti fuori tempo massimo, perché il mal di vivere, secondo la moda attuale, sta bene solo addosso agli adolescenti. Sai che la bellezza elegante pelle bianca capelli scuri eternamente acerba pura e senza peli senza odori senza isterismi solo pace interiore accogliente.. non ti apparterrà mai. Che sei terrena, sai di sangue, di sudore, che quando non sei sfinita sei un’anima in pena. Che continuerai a stordirti con le droghe che hai a portata di mano, con la masturbazione mentale fatta d’arte, di letture, di musica (poca e brutta ma furba, maledettamente abile nel pizzicare certe corde), di calore umano preso a piccole dosi, giusto un’oncia in meno di quanto basterebbe a nausearti, giusto un’oncia in più di quello che basterebbe per farti desiderare. Forse.
Le persone che si definiscono 'pazze' a me sembrano tutte normalissime, se non banali. Chi è davvero pazzo cerca di arginare la propria follia per inserirsi, come può, nella società dei 'normali'. Magari sembra anche serio, o serioso, e ironizza sulla propria eccentricità, minimizzandola. Di certo non si definisce pazzo. Un minimo di paura della propria follia ce l'ha. Chi è completamente normale, invece, cioè privo di fantasia, s'inventa una scemenza qualunque e la chiama 'follia', per cercare di tirarsi fuori dalla massa dei normali indistinguibili. Bah.

un po' intontita dall'influenza, leggo di diaboliche strategie d'induzione di bisogni sulle navi da crociera, in due libri diversi.
di consulenze cosmetiche gratuite, fornite in attesa dell'imbarco su una nave che ha a bordo un centro estetico di proprietà - guarda un po' - della stessa azienda che 'offre' il servizio. ('una cosa divertente che non farò mai più')
di vendita (spaccio) di psicofarmaci vietati sulla terraferma, da parte del medico di bordo, a signore di mezza età che si ritrovano in alto mare a riflettere su quanto sia misera la loro vita. ('le correzioni')
mi colpisce una riflessione sull'ossessiva ripetizione del verbo 'pamper', viziare in inglese, sulla brochure della crociera. lasciatevi viziare. regredite pure..
<< A bordo della Nadir, così come annuncia pomposamente la bruchure a pagina 23, farò (caratteri in oro): "..qualcosa che non fate da molto, moltissimo tempo: Assolutamente Niente..". Quanto tempo è che non fate Assolutamente Niente? Per quanto riguarda me, lo so con precisione. So con precisione quanto tempo è passato dall'ultima volta che ogni mio bisogno è stato esaudito senza possibilità di scelta da qualche forza esterna, senza che dovessi fare richiesta o addirittura ammettere di avere alcun bisogno. E anche quella volta galleggiavo nell'acqua, in un liquido salato, e caldo, ma poi nemmeno troppo - e se per caso ero cosciente, sono sicuro che non avevo paura e che mi stavo divertendo un sacco e che avrei spedito cartoline dicendo a chiunque "vorrei che fossi qui". >>

ci sono bisogni indotti e bisogni occultati in ogni modo. come quello di riappropriarsi del proprio tempo, di capire cosa si vuole davvero, di scegliere, di fare da sè. te ne rendi conto nei momenti più impensati.
passeggiando su una spiaggia nebbiosa, mentre ti bacio, mi annusi i capelli intrisi di salsedine e parliamo con foga dei compromessi a cui non scenderemmo più. e siamo euforici, perchè ci accorgiamo che questo momento è davvero nostro.

ripensando a Pennac che parla dell'importanza della noia, della calma, del tempo, per l'apprendimento, e della paura di sentirsi inadeguati che nasce dallo sguardo arcigno rivolto a un bambino che non capisce al volo la lezione, e alla spirale di bugie che ne deriva.
il senso d'inadeguatezza dei bambini. sentirsi esclusi se non si è abbastanza svegli, o se lo zainetto e le scarpe da ginnastica non sono della marca giusta. sentirsi come trascinati da un sistema, ma incapaci di sganciarsene. da sempre. eppure più in là, prima o poi, lo senti il tempo che scivola via, risucchiato da occupazioni che non hai scelto. ma il bisogno di afferrarlo e di dargli una direzione che sia la tua arriva sempre troppo tardi. perchè la paura di non essere adeguato, di non riuscire a reggerti solo sulle tue gambe, il bisogno di conformarti, hanno attecchito in te in tenera età, e per sradicarli faticherai tanto. oppure lascerai perdere. ti lascerai cullare, viziare, risucchiare via il tempo. regredirai. 'pamper', viziare in inglese. si chiama così anche una marca di pannolini. e ho detto tutto.