"Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco"
Inali profondamente l’odore d’erba bagnata che ancora impregna l’aria, guardi i viali striati di lunghe bave di fango già asciutto e pensi che non hai voglia di metterci piede per riprendere la strada verso casa. Ti sei riproposta di stare seduta per un’oretta su una panchina - sempre che non riprenda a piovere prima - per cercare ispirazione nella gente che passa e poi scrivere un racconto.
Opponi resistenza a quell’elettricità, quel formicolio sottopelle che la pioggia primaverile ha portato con sé, e che ha spinto fuori dalle case le mamme coi passeggini, i vecchietti che marciano compiti in tute rosa o blu, i corridori asciutti e nervosi e quelli mollicci e svogliati, i cani impazziti di gioia e i padroni che arrancano dietro i guinzagli. Stare ferma a osservare un campionario di varia umanità in azione è uno dei tuoi passatempi preferiti, è un esercizio zen, è.. troppo difficile adesso. Quell’aria frizzantina è troppo stimolante. Osservare non basta - i movimenti degli occhi e del viso si fanno più rapidi e inquieti – e leggere un libro, prendere appunti, non basta neanche quello. Ti ritrovi a camminare svelta intorno al parco, ti trasformi pure tu in una di quelle buffe creature che si muovono in tondo senza un motivo apparente. Immagini uno scoiattolo che vi guarda divertito da un ramo, sgranocchiando una noce faticosamente raccolta sotto la pioggia battente. Sono pazzi questi umani.
